La cinquantaseiesima meraviglia

Maschito (Mashqiti in arbëreshë, Maschìte in dialetto lucano) è un comune italiano di 1 621 abitanti della provincia di Potenza in Basilicata. Insieme a Barile, Ginestra, San Costantino Albanese e San Paolo Albanese, è un paese arbëreshë della Basilicata.

Geografia fisica

Il paese vulturino sorge prevalentemente in zona collinare, compreso tra i 359 e i 894 metri sul livello del mare. Il clima è un misto tra quello appenninico e mediterraneo con estati calde e secche ed inverni freddi con precipitazioni abbondanti. Il territorio è prevalentemente utilizzato per la coltivazione di vite, ulivo e grano ed esistono radi boschi. Ci sono piccoli ruscelli a carattere torrentizio.

Origini del nome

Le cause per cui Maschito abbia potuto essere così denominato, possono essere almeno tre:

Il presunto “Ratto delle donne venosine” da parte dei profughi in gran parte di sesso maschile, immigrati nel secolo XV, dall’Epiro.

L’attributo di origine latina “masculetum”, come terra di viti maschie, cioè di Aglianico che produce il pregiato vino D.O.C.

L’omonimia con un paese balcanico che gruppi di immigrati qui stanziatisi avrebbero dato alla terra maschitana, in dei luoghi natii.

Storia

Maschito fu in epoca romana una fortezza militare, ma dopo un terremoto nel XIV secolo il paese fu abbandonato. Maschito sorse verso il 1467 sotto Ferdinando D’Aragona, quando Giorgio Skanderbeg gli mandò truppe per combattere gli Angioini pretendenti al trono di Napoli.

Dopo la presa di Croia da parte dei turchi, si ebbe, tra il 1478 e il 1479, una prima emigrazione di albanesi in Basilicata. Più tardi nel 1533 quando la conquista dell’Albania fu definitiva si aggiunsero, ai primitivi albanesi, dei coloni greci-albanesi provenienti da Corone. Col trattato di pace tra Carlo V e il sultano Solimano I, firmato a Costantinopoli nel 1533, la piazzaforte di Corone veniva consegnata ai turchi a condizione che gli abitanti, disposti a lasciare la città, si imbarcassero su di una flotta e si rifugiassero in Italia. In tal modo i coronei si dispersero in varie località dell’Italia meridionale.

A quel tempo, il territorio di Maschito era proprietà della Mensa Vescovile di Venosa e del Priorato del Santo Sepolcro dell’ordine Gerosolimitano di Bari. In seguito, il De Icis nel 1539 a Venosa, sotto il viceré di Napoli Don Pedro de Toledo, debitamente autorizzato, fondò il Casale di Maschito e, con atto pubblico, redatto dal notaio Giovanni Francesco De Judice di Cosenza il 26 settembre 1541, i greci albanesi si obbligarono a pagargli l’annuo censo d’un ducato (£. 4,25) per ogni focolare o tugurio e, in più, 200 ducati (nel caso che il numero dei focolari aumentasse anche di uno solo).

A Maschito si conservò, nei primi due secoli, il rito greco-ortodosso ma dopo fu accettato, a causa alle pressioni del vescovo Deodato Scaglia, il rito latino.

Resistenza antifascista

A Maschito scoppia, nel settembre 1943, una sommossa popolare antifascista che dà origine per poche settimane alla Repubblica di Maschito, la prima Repubblica libera italiana emersa dalla Resistenza.

Monumenti e luoghi d’interesse

Il paese è sviluppato in una parte centrale e più antica (il centro storico), risalente alla fine del Cinquecento e nella periferia, sviluppatasi nel secondo dopoguerra. I monumenti più importanti sono le tre chiese, i palazzi signorili e la fontana Skanderbeg.

Architetture religiose

Numerose erano le chiese erette a Maschito, anche di rito bizantino e con liturgia professata in lingua greca sino al XVII secolo. Originariamente una quindicina, ne sono sopravvissute al tempo ed al degrado solo tre: la Chiesa Madre di Sant’Elia Profeta, quella del Purgatorio, e quella della Madonna del Caroseno. Le chiese sicuramente esistite e scomparse sono: la chiesa di S. Venere, la chiesa della Vergine di Costantinopoli, la chiesa di S. Basilio, la chiesa di S. Domenico, la chiesa di S. Nicola, la chiesa di S. Rocco e la chiesa della Madonna delle Fonti. Il rito bizantino fu professato a Maschito sino al 1628 quando il domenicano Diodato Scaglia della Melfi, con Bolla episcopale, lo proibì prima nelle comunità greco-albanofone di Maschito e di Ginestra e, molto più tardi, anche a Barile. Il rito bizantino resiste ancora in Basilicata, a San Paolo e a San Costantino Albanese. Ancora la devozione per Sant’Elia Profeta, di chiara ed inconfutabile matrice orientale, legano Maschito all’etnia dei suoi antenati.

Chiesa del Caroseno

Fu costruita dai Greci Albanesi di Corone, rinomata per un pregevolissimo affresco della Madonna del 1558, (Madonna col Bambino) riportato alla luce nel 1930 durante i lavori di restauro della chiesa, e per due grandi quadri relativi alla Pentecoste e alla Presentazione di Gesù al Tempio entrambi risalenti alla fine del Settecento.

Chiesa del purgatorio o della Madonna del Rosario

Conserva un artistico quadro della Madonna di Costantinopoli tratto dall’omonima cappella, andata in rovina. Della chiesa oggi dedicata alla Vergine del Rosario di Pompei s’ignora la data di costruzione: si ritiene, però, che questa risalga ai primi anni della fondazione di Maschito e possiede le reliquie di Fratello Rosario Adduca, un servo di Dio originario di Maschito.

Chiesa di Sant’Elia

La Chiesa Madre di Sant’Elia

Ha un’unica navata, decorata in stucco. Contiene due tele ad olio del Cinquecento, e il quadro della “Madonna dei sette veli”, ritenuto miracoloso e perciò assai venerato. Edificata nel 1698 ad opera degli albanesi ivi residenti,

Architetture civili

Palazzi

Sono databili tra la fine del Settecento e la prima meta del Novecento.

 

Palazzo Barbano Dinella costruito nel 1734.

Palazzo Manes Rossi costruito nel 1820.

Palazzo Adduca, Palazzo Giura e Palazzo Cariati hanno un portale classicheggiante a colonne doriche.

Palazzo Dinella del 1832 dal cartiglio con la scritta “Parva sed apta mihi” sul portale che richiama ciò che Ludovico Ariosto fece incidere sulla porta della propria casa.

Palazzo Tufaroli.

Palazzo Nardozza dall’imposta leccese – rococò.

Palazzo Colella.

Casa Soranna costruita nel 1646. Si presume sia la prima casa costruita dagli albanesi insediatisi a Maschito.

Fontane

Fontane e fontanili esterni su slarghi e piazzole erano considerati luoghi pubblici e di piacevole conversazione. Le abitazioni, infatti, non disponevano di acqua potabile. Per le esigenze di cucina e familiari, le donne andavano a prendere l’acqua nelle fontane servendosi di brocche. Una fontana pubblica era un luogo importante per la soddisfazione delle esigenze delle famiglie. Ed era in uso erigere fontane monumentali ad onore e gloria dei capi delle comunità amministrate. Nel 1879 – come attesta la lapide ricostruita dal Comune – fu eretta, ad opera dei cittadini e con l’aiuto del Comune (retto all’epoca da Domenico Rafti), la Fontana Skanderbeg.

Le altre fontane presenti sul territorio sono:

Fontana Carrozz, situata in via Venosa;

Fontana Boico, situata in via Venosa;

Fontana della Noce, situata nella Contrada della Noce;

Fontana Cangad, situata in via Venosa.

Lingua Arbëreshë

Cartello bilingue

L’uso della lingua albanese costituisce una delle peculiarità che contraddistingue Maschito dagli altri comuni limitrofi. La serie di proverbi, detti, filastrocche derivano prevalentemente dalla tradizione albanese a cui è legata Maschito.

(Fonte Wikipedia)