La cinquantottesima meraviglia

Ripacandida (IPA: [ripaˈkandida], R’bbacànnë nel dialetto locale, Rubbuacànnë in dialetto ripacandidese) è un comune italiano di 1 744 abitanti della provincia di Potenza in Basilicata.

Ripacandida è noto per la presenza del santuario di San Donato, meta di pellegrinaggi da tutta la Basilicata fin dal ‘700, gemellato dal 21 giugno 2004 con la basilica di San Francesco di Assisi, che è valso al paese il soprannome di “Piccola Assisi Lucana”, e insignito dall’UNESCO, nel dicembre 2010, del titolo di “Monumento messaggero di una cultura di pace” e “Monumento nazionale”. Da allora sono sempre frequenti i rapporti e gli eventi con la cittadina umbra, ultimo, la celebrazione dei 10 anni del gemellaggio tra le due chiese.

Ripacandida è conosciuta da sempre con l’appellativo di Terra di Santi, in quanto nel suo territorio sono nati ed hanno vissuto molti importanti uomini di chiesa, come i santi Donatello, Mariano e Laviero, il venerabile Giambattista Rossi e la serva di dio Maria Teresa Araneo, conosciuta come Suor Maria di Gesù; da ricordare anche le visite dei santi Alfonso Maria de’ Liguori e Gerardo Maiella.

Ripacandida, inoltre, è anche un noto centro con un’importante ed antichissima tradizione gastronomica, tra i molti piatti tipici, abbiamo l’Acquasale, il Pancotto, una treccia di pane, in dialetto detta Ruciulatiégghjë, e il Pane di Pasqua, detto Scarcegghjë. Importantissime produzioni sono anche l’Aglianico del Vulture, l’olio extravergine d’oliva e il miele. Il comune, infatti è città del vino, dell’olio e del miele.

Geografia fisica

Territorio

Ripacandida si presenta come un lindo paesino abbarbicato sulla rupe da cui domina le ampie vallate che la circondano, fatto di case bianche di calce. Sorge su una delle tante colline della zona del Vulture, l’ampia regione che si stende a sud del fiume Ofanto (che costituisce il confine naturale settentrionale della Basilicata), regione di radicate origini storiche che prende il nome di melfese. Essa si estende lungo le pendici del massiccio vulcanico del Monte Vulture e costituisce una vasta sottozona della regione lucana, caratterizzata dalla coltivazione e produzione delle uve “Aglianico”, che danno il nome ad uno dei vini tipici regionali più rinomati ed apprezzati, l’Aglianico del Vulture, appunto. Dalla rupe su cui Ripacandida sorge è possibile godere di paesaggi a perdita d’occhio, e per tutto il Corso principale si vede perfettamente il Monte Vulture e la Valle di Vitalba.

La casa comunale di Ripacandida è posta a 620 m s.l.m., il punto più alto del centro abitato corrisponde a Piazza del Popolo, sita a 622 m s.l.m. mentre, per ciò che riguarda l’intero territorio comunale, l’altitudine minima è di 397 m s.l.m., in località Piano dell’Altare e l’altitudine massima è di 976 m s.l.m., in località Serra Cocuzza. La frazione di Serra San Francesco si trova a 657 m s.l.m.[8][9][10].

Ripacandida è, con 620 m s.l.m., il 74º comune della Basilicata per altezza, il 68º a livello provinciale; inoltre, è, con 33,22 km², il 104º comune della Basilicata per superficie[12], e 76º a livello provinciale Classificazione sismica: zona 1 (sismicità alta).

Origini del nome

Il toponimo Ripacandida, è incerto e il nome del paese è sempre cambiato nel tempo. Il primo toponimo conosciuto è quello del centro abitato sorto nel V secolo su un precedente sito preromano, “Ripiam Candidam”, ma ancora più precedentemente, Ripacandida si chiamava solamente “Candida” o , più probabilmente, “Candida Latina”, che fu successivamente latinizzata dalle famiglie Calandra e Baffari in “Candida Latinorum” o “Candida Lathinorum”. Successivamente, nel periodo angioino, il nome era “Castrum Ripe Candide” , ma in alcune ordinanze degli angioini, il centro era citato come “Castrum Ripǣ Candidǣ”. Nel 1283 pare che, sotto il dominio di Lorenzo Lufolo, Ripacandida si sarebbe chiamata “Ripǣcandidǣ” o “Ripǣ Candidǣ”, e avrebbe tolto il prefisso “Castrum”. Il toponimo “Ripacandida” pare sia stato formato nel 1826 sotto Nicola Chiari, o con l’Unità d’Italia, perché il paese era stato chiamato da sempre in dialetto, cioè, “Rubbuacann”.

Storia

L’indagine archeologica degli anni 1977-1980 data l’antichità di Ripacandida al VII secolo a.C., ma già alla fine del XIX secolo lo storico lucano Michele Lacava rinveniva alcune grotte di epoca archeolitica e pavimenti mosaici alle falde di Ripacandida. Gli storici greci (Aristotele – Timeo di Tauromenio – Antioco da Siracusa) citano con il nome “Enotria” l’odierna Basilicata. Dalla Geografia di Strabone apprendiamo che “prima dell’arrivo dei greci sulle coste ioniche, in Basilicata, vi erano Choni ed Enotri”. Gli enotri secondo Dionigi di Alicarnasso discendono da Enotro, il mitico eroe proveniente dall’Arcadia che arrivò intorno al 1800 a.C., soggiogò gli indigeni ed impianto la coltivazione della vite. Il suo successore Italo trasformò in agricoltori i pastori nomadi, istituendo i “sissizi”. Successivamente la regione fu occupata dai Sanniti, popolazioni Osco-sabelliche da cui discendono i Lucani. Essi discendevano dalle montagne del Sannio e in varie ondate occuparono la penisola. Praticavano la “primavera sacra”: quando la popolazione cresceva un gruppo di giovani sceglieva un simbolo (Totem) e partiva in cerca di nuove terre. Era un popolo di fieri guerrieri, così potente da impegnare l’esercito romano per cinquant’anni. Roma subì l’onta della sconfitta alle “Forche Caudine”, per poi riorganizzare l’esercito ed annientare i sanniti. La romanizzazione della regione inizia con il trasferimento di 20 000 coloni: nasce la vicina Venusia, nel 291 a.C. Dai sanniti discendono molte altre etnie: Irpini, Caudini, Bruzi ecc. Plinio il vecchio ribadisce-Dal Sele, comincia la III regione: la terra dei Lucani e dei Bruzi; detta “Grande Lucania”, in seguito ridotta dalla scissione dei bruzi con capitale Cosenza. La società lucana è organizzata in tribù, ognuna con un proprio capo i “Meddices” che sono eletti annualmente. Tutti sono tenuti a partecipare alla vita della comunità, tutto è diviso equamente. Legati da un vincolo federativo, in caso di guerra, eleggono, un capo il “basileus”. L’antico abitato di Ripacandida era collegato al sito più importante di Serra di Vaglio (oggi nel territorio del comune di Vaglio Basilicata) a pochi chilometri da Potenza. Dopo la conquista e la distruzione delle città e della capitale lucana, i romani istituiscono le colonie di Pontentia, Turi, Eraclea, Grumentum; la Lucania stretta d’assedio diventa territorio romano. I lucani attraverso i fiumi: Basento, Bradano, Agri e Sinni commerciavano con le città greche Metaponto, Siris, Heraclea, Pandosia, Turi. Il Sele e l’Ofanto permettevano l’accesso ai due versanti: adriatico e tirrenico; e alle città greche di Elea e Poseidonia che con l’occupazione dei lucani diverrà Paestum. Unica regione della Magna Grecia ad avere nel suo interno, due scuole filosofiche: ad Elea (Velia), e Metaponto. La scuola eleatica fondata da Senofane, avendo carattere aristocratico, non permetteva l’accesso ai lucani; in tempi diversi, operarono Parmenide, Zenone, Empedocle, e Melisso da Samo. La pitagorica a Metataponto aveva anche carattere religioso, mistico, permetteva l’insegnamento anche al popolo. Forte fu l’influenza dei pitagorici, sugli antichi montanari della Lucania, formando i giovani lucani, fra loro erano ammesse anche le donne.

Con la morte di Pitagora (470 a.C.) la scuola continuò sino al 250 a.C.: Ocello Lucano, Ocylo, Polo, la bella Bindaice ed Esera sono alcuni allievi della scuola che hanno lasciato testi in lingua greco-dorica. Nell’idioma dialettale(vera isola linguistica nel circondario) ritroviamo la radice osca con molti vocaboli di origine greca. La tradizione orale afferma che la città fu edificata dai romani con il nome di “Candida Latinorum” (resti di acquedotto romano). Secondo alcuni studiosi il nome è dato dal colore bianco del colle. L’abitato moderno risale al tempo delle invasioni gotiche, quando gli abitanti dalla valle si trasferiscono sul colle, e costruiscono le loro case intorno al tempio dedicato a Giove (castello attuale- Chiesa Madre). I longobardi la fortificano con mura inframmezzate da torri. Subendo le varie dominazioni arriviamo alle prime fonti scritte del XI-XII sec. La bolla papale di Eugenio III (1152) decreta la costruzione delle chiese di San Donato (l’unica ancora esistente), San Pietro, San Zaccaria, San Gregorio. Partecipa alla prima crociata. Ed è iscritta nel catalogo dei Baroni con i suoi tredici nobili, con a capo il feudatario Ruggero Marescalco, per partecipare alla III crociata, quella di Guglielmo il Buono(1188-1198). A Roberto di Ripacandida Federico II incarica di custodire alcuni prigionieri lombardi, la zona sarà chiamata in seguito Massa Lombarda(l’odierna Ginestra). Cambia numerosi feudatari, Caracciolo, Grimaldi di Monaco, Boccapianola, Tironi, l’ultimo padrone è il duca Mazzacara(1806). Una prima colonia di profughi albanesi nel 1482 viene ospitata in una zona periferica chiamata Cantone e successivamente trasferita a Massa Lombarda. Il 5 ottobre 1571 partecipa alla vittoriosa battaglia di Lepanto con un folto numero di cittadini fra i quali GianLorenzo Lioy, era questo il periodo in cui il feudo apparteneva ai Grimaldi Principi di Monaco Marchesi di Campagna e Signori di Ripacandida dal 1532 al 1641. Tra cinquecento e settecento è sede di uno studio di Teologia. Nell’aprile del 1861, si schierò con i briganti capeggiati da Carmine Crocco, in quell’occasione ci fu la prima vittima: il capitano della guardia nazionale Michele Anastasia. Ebbe anche feroci briganti Turtora, Di Biase, Larotonda. Alla fine dell’Ottocento inizia il fenomeno dell’emigrazione: si abbandona la terra in cerca di un futuro più dignitoso. Negli USA, precisamente nello Stato dell’Illinois, vi è una cittadina di nome Blue Island costituita da immigrati ripacandidesi. Nel ricordo delle loro tradizioni, festeggiano San Donato vescovo di Arezzo. Negli anni ottanta del novecento a Ripacandida visse per alcuni anni l’antropologo Thomas Hauschild, dell’Accademia delle scienze di Heidelberg. Ricercò la vita nel piccolo centro, nella ricerca di uno studio sulla magia, politica, retorica e religione, quando ancora nel paese operavano diverse persone che esercitavano la guarigione popolare e la festa patronale ancora attirò decine di migliaia di pellegrini. In seguito pubblicò il volume, in lingua tedesca, “Magie und Macht in Italien. Ueber Frauenzauber, Kirche und Politik”. (Magia e potere in Italia. Guarigione femminile, chiesa e politica; traslato in inglese da Jeremy Gaines: “Power and Magic in Italy”, London and New York, Berghahn publishers, 2011). Il premio Nobel per la fisica nel 1997 viene assegnato a William Donato Phillips, figlio di una ripacandidese immigrata negli USA nel 1920.

Monumenti e luoghi d’interesse

Palazzo Lioy

Il centro storico presenta palazzi baronali datati 1700 e 1800, oltre alla vetusta Casa Lioy, un palazzotto edificato intorno all’anno 1089 (come attestato da una iscrizione interna all’androne), su manufatti di epoca sicuramente precedente, probabilmente anche tardo-romani, ed arricchita ed ampliata in età barocca e successive. Importante è anche l’antica dimora gentilizia di Palazzo Baffari-Rossi, già convento delle Carmelitane durante il Settecento, che il 31 luglio 2011 è stata restituita alla sua originaria funzione di sede municipale. Il piano inferiore del Palazzo dal 18 settembre 2011 ospita la Galleria Civica d’Arte di Ripacandida, con opere, tra le altre, di Ugo Attardi, Ennio Calabria, Renzo Vespignani, Alberto Ziveri, Franco Mulas, Domenico Rambelli e Vittorio Basaglia.

 

Architetture religiose

La chiesa di Santa Maria del Sepolcro, più comunemente chiamata “Chiesa Madre”, si sviluppa su tre navate e presenta nel cappellone del Sacramento il monumento funebre dell’arciprete Giambattista Rossi. La zona presbiterale è divisa dall’assemblea da una bella balaustra intarsiata in marmi policromi; il cui autore è lo stesso Arciprete Giambattista Rossi, che si dedicò all’opera in uno studio artistico a Napoli. In quattro colonnine della balaustra sono scolpite quattro scene della Passione di Cristo: un cuore trafitto da sette spade, la Madonna presso il Sepolcro, Cristo che emerge dal Sepolcro ed il Fonte Battesimale. La sagrestia ospita un “Cristo in pietà” di Cristiano Danona e un “S. Bartolomeo” di Gaetano Recco. Lateralmente è addossato, in perfetta continuità, il settecentesco Palazzo Ducale. La costruzione della chiesa fu stabilita con bolla di Monsignor Aquaviva, vescovo di Melfi, nel 1540. In essa si stabiliva di unire le due antichissime parrocchie di San Nicola e San Bartolomeo in una nuova dove prima vi era una chiesetta dedicata a Santa

Caterina d’Alessandria, detta “al castello”. L’opera fu completata nel 1602 a cura dell’abate Lorenzo da Leonibus. La facciata esterna è dotata di un bel portale rinascimentale a cui si accede mediante un’artistica gradinata in marmo ed è abbellita da tre orologi: due meccanici e, sulla destra di chi guarda, una meridiana. Ogni orologio è inserito in un rosone e l’unico funzionante è quello solare che segna le ore, in numeri romani, dalle cinque di mattina alle quattro del pomeriggio. Il nome fu dato in ricordo dei tredici baroni che si recarono in Palestina nella terza crociata sotto Guglielmo il Buono. Nel timpano vi è scolpita la Madonna presso il Sepolcro. Esiste un legame antico fra Potenza e Ripacandida dato dalla partecipazione comune alle crociate; al ritorno delle quali si provvide in entrambi i luoghi alla costruzione delle chiese intitolate a Santa Maria del Sepolcro. Da documenti della fine del sec. XV risulta un legame storico tra Santa Maria del Sepolcro ed il Sepolcro di Cristo. Entrambe ci invitano a contemplare il mistero della Passione di Cristo a cui è associata la Madonna Addolorata.

La chiesa di San Giuseppe, detta delle monache è affiancata dal monastero delle suore di clausura fondato nel 1735 da Giovanni e G.B. Rossi. La chiesa (1173) presenta una facciata in mattoncini di cotto, un portale barocco, all’interno sull’altare maggiore, la grande pala d’altare della Madonna con Bambino con i santi Teresa e Giuseppe di un seguace di Francesco Solimena; ed il monumento funebre di Giovanni Rossi. L’interno, a navata unica, è decorato con eleganti motivi barocchi. Nella sagrestia vi è la tomba della mistica Suor Maria Araneo, nipote dei Rossi e priora del monastero. Il suo corpo integro, a distanza di 190 anni dalla morte, fu ritrovato in seguito ai lavori del terremoto del 1980. Nel 1750 Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di ritorno da una missione a Melfi, conobbe il monastero e rimase stupito dalla religiosità di Suor Maria. Un anno più tardi, nel 1751, in questa chiesa avvenne il miracolo di San Gerardo Maiella, (la grata del miracolo si conserva a Materdomini).

La chiesa di Sant’Antonio, l’antica parrocchia di San Bartolomeo (antico patrono di Ripacandida), di difficile datazione, forse costruita sui resti di un torrione longobardo. Gravemente danneggiata dal terremoto del 1980.

La chiesa di Santa Maria del Carmine è posta vicino all’ingresso del vecchio cimitero, (ora giardino pubblico) si presume che sia stata edificata prima del terremoto del 1694. Ricostruita con questo titolo dall’arciprete Baffari (zio del Beato G.B. Rossi), peraltro evidente dallo stemma baronale della famiglia posto sul portale d’ingresso. Si presenta per un singolare apparato decorativo, realizzato nella prima metà del settecento. I recenti restauri hanno riportato al primitivo splendore gli affreschi raffiguranti la Santissima Trinità, la Madonna del Carmine e rosoni con i Santi, Donato vescovo e Donatello (San Donato da Ripacandida).

(Fonte Wikipedia)

 

 

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