La trentesima meraviglia

Ruvo del Monte (Rùve in dialetto lucano) è un comune italiano di 1.054 abitanti della provincia di Potenza, situato a 630 m sul livello del mare, nella zona Nord-Occidentale della Basilicata, ai confini con l’Irpinia.

Origini del nome

L’origine del nome è stata discussa da due studiosi del posto: l’arciprete Giuseppe Ciampa per il quale:

« L’antico nome del paese era Terra Ruborum o Rufrorum o Rubrorum che può significare tanto terra dei rovi quanto terra dei rossi.

Nei secoli posteriori si trasformò in Rubis Montaneae, così infatti, la chiama una vecchia cartapecora conservata nell’Archivio Parrocchiale.

Verso la metà del Seicento e per circa due secoli è chiamata Ruvo della Montagna; più recentemente ha preso il nome di Ruvo del Monte, anche perché possa distinguersi da Ruvo di Puglia.

e Michele Di Napoli che così scrive:

Il primo insediamento arcaico di origine adriatica ed orientale entrò in crisi dalla fine del quinto e principi del IV secolo a.C., quando gente nuova di stirpe osco-sabellica proveniente dall’Occidente tirrenico e dalla più vicina Campania interna riuscì alfine a prendere il sopravvento sulle precedenti popolazioni dauno-enotrie e ad impadronirsi del sito, noto soprattutto per le sue sorgenti e per i suoi grandi pascoli estivi, che gli valsero fin dal principio i nomi italici di Rufre e di Rufia, dagli originali balcanici reo e ruo, rufeo e ru-freo (luogo di ristoro), tutti di origine pregreca.

Comunque, almeno fino alla prima metà del Trecento, il nome medievale di Ruvo, sulla base di quello più antico di sicura origine protostorica e pregreca, oscillò sempre tra Castello Rubo, Casalis Sancti Thome de Rubo, Rubum e Castrum Rubri, con denominazioni che furono usate indifferentemente a seconda degli storici o dei cronisti del tempo e delle loro personali conoscenze sul luogo in interesse. Questo, ovviamente, volendo mettere da parte il Ruto o Ruico dei Bizantini, come si legge ancora in alcune carte antiche del periodo angioino. Ma il nome Rubo, che rimase sempre alla base di qualsiasi denominazione, ci documenta in maniera inequivocabile sull’antichità e sulla sicura continuità storica del sito. »

Storia

Dalla metà degli anni settanta, scavi archeologici hanno portato alla luce più di un centinaio di tombe con i relativi corredi funerari, risalenti al VII-V secolo a.C. Si pensa quindi che l’origine di un primitivo nucleo urbano possa risalire a quel periodo.

I ricchi corredi sono ora custoditi parte nel Museo Archeologico Nazionale del Melfese (presso il Castello federiciano di Melfi), parte nel Museo Civico Archeologico (aperto nel 2000, presso la sede comunale di Ruvo del Monte) che raccoglie i pezzi della collezione “Gugliotta” ( parroco Gerardo Gugliotta che effettuò i primi scavi). Il Museo Civico Archeologico è intitolato alla memoria dello scomparso prof. Michele Di Napoli, uno dei pionieri, insieme con Don Gerardo Gugliotta, degli scavi archeologici a Ruvo del Monte: furono infatti loro due, con un gruppo di allora giovani studenti, a realizzare da soli le prime scoperte, richiamando l’attenzione della Sovrintendenza ai Beni Archeologici di Basilicata.

Le campagne di scavo regolare durarono, con soluzione di continuità, dal 1978 sino al 1989 e furono condotte dal Prof. Angelo Bottini, attuale Sovrintendente di Roma. Un resoconto dettagliato di quanto rinvenuto a Ruvo del Monte, con foto, descrizioni, disegni e planimetrie, è contenuto negli “Atti dell’Accademia Nazionale Dei Lincei – Notizie Degli Scavi Di Antichità” Serie Ottava – Volume XXXV – 1981

Prova della successiva presenza romana e cristiana nella zona è data dal ritrovamento di un cippo funerario che reca un’epigrafe latina: “Tito Flavio / secundo / v.a. XXXX / Romania / chypare / coniugi / B.M.” (Come il cipero, così Romania [pose] al coniuge Tito Flavio, vissuto, ben meritando, quarant’anni)

Secondo il Cluverio il paese è citato nelle opere di due scrittori latini: in Virgilio come Rufras e Silio Italico come Rufrae; infatti, nel settimo canto dell’Eneide (v. 739) tra i condottieri che portano aiuto a Turno, vi è un certo Ebalo che, insoddisfatto del piccolo regno concessogli dal padre, aveva conquistato altri popoli e territori: i Serrasti, la pianura del Sarno, Rufra, Batulo, Celenne e Abella.

Il Medioevo

La prima fonte che attesta l’esistenza del paese risale, però, al 1045 nel Codex Diplomaticus Cavensis (un insieme di testi degli anni tra l’VIII e l’XI secolo conservati nella Badia di Cava de’ Tirreni). In un atto del codice, il paese è assunto come linea di confine nella divisione, operata da un cittadino di Melfi, di un certo territorio.

A causa della sua posizione, il paese permetteva il passaggio tra l’interno della Basilicata e la Campania, per cui Ruvo non scomparve mai del tutto.

Probabilmente fu anche centro episcopale: lo pensa il Cluverio e a conferma di ciò vi è il fatto che su alcuni arazzi, custoditi nei Musei Vaticani, il paese compare con una croce al lato del nome (la croce distinguerebbe i paesi con sede episcopale dagli altri).

Fin dal 1161 Ruvo era sotto la giurisdizione del contado di Conza, retto prima dalle famiglie dei Balvano, dei Del Balzo e poi dai Gesualdo, fino alla seconda metà del Seicento.

A testimonianza del glorioso passato feudale permangono la torre angioina ed i resti delle mura del castello (nella tradizione orale il quartiere “Murati”, che congiunge la parte bassa del paese con quella alta -Cap Ruv-). Nel corso della storia il feudo di Ruvo subì varie invasioni e devastazioni: memorabile e storicamente datate quelle da parte di Luigi d’Ungheria nel 1348 durante la guerra di successione al trono di Napoli e, inoltre, del condottiero Antonio Caldora- capitano di ventura al soldo di Renato d’ANGIO’- che bruciò il paese nel 1435 per avere sostenuto la causa aragonese.

Dopo esser passato più volte a diversi signori, il paese smise di essere feudo nel 1806 quando Giuseppe Bonaparte abolì il feudalesimo.

Dall’Unità d’Italia ai giorni nostri

Il 10 agosto 1861, il paese fu invaso e saccheggiato da bande di briganti guidate da Crocco e Ninco Nanco. Nel Volume degli atti e processi di valore storico del 1783-1879 conservati nell’Archivio di Stato di Potenza si può leggere:

« Una banda di circa 80 masnadieri, capitanati da Carmine Crocco, nelle prime ore del 10 agosto 1861, invadeva il Comune di Ruvo del Monte suscitando la guerra civile e provocando la popolazione ad insorgere contro i poteri dello Stato al grido di «Viva Francesco II e abbasso Vittorio Emanuele», assalirono il corpo di Guardia nazionale, infransero gli stemmi dell’augusta Casa Regnante e tutto posero a ruba. Atterrarono le porte della casa comunale e vi appiccarono il fuoco sicché videro preda delle fiamme tutte le carte. Indi si diedero a saccheggiare e a far man bassa sui cittadini che si tenevano devoti alle libere istituzioni […]. Consumati questi eccessi quell’orda facinorosa abbandonò il detestato paese accresciuta di molti che vollero seguirla, cioè circa 32 naturali di Ruvo. »

Con l’aiuto della popolazione, i briganti trucidarono 13 cittadini di Ruvo, tra liberali e ricchi possidenti, e diedero fuoco alle proprietà dei borghesi locali. Ma altrettanto cruenta fu la repressione operata dalle truppe dell’esercito regolare, una volta entrate in paese, per cercare di ristabilire l’ordine. Lo storico Tommaso Pedio narrò che un contingente di 1500 soldati comandati dal maggiore Guardi ordinò una feroce rappresaglia: il borgo fu rastrellato, alcuni civili vennero fucilati e le abitazioni date alle fiamme. Inoltre Guardi minacciò con la violenza alcuni notabili di provvedere al sostentamento delle truppe, il rifiuto veniva punito con l’arresto per manutengolismo e attentato allo Stato.

Come la maggior parte dei paesi del meridione anche Ruvo subì il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe o gli Stati europei e successivamente verso il Nord Italia: oggi Ruvo del Monte è il secondo Comune della Basilicata per tasso di emigrazione.

Tra i Ruvesi emigrati all’estero o in Italia molti si distinsero in vari campi del lavoro, della scienza, dell’arte e della cultura, alcuni addirittura personaggi molto famosi. Ricordiamo qui il pittore ed artista Piero Tozzi, emigrato a New York, che ebbe il merito dell’attribuzione del “San Giovanni Perduto” al suo illustre autore, e cioè Michelangelo Buonarroti, o Salvatore Lombino, meglio noto con gli pseudonimi di Ed McBain o Evan Hunter, con cui ha firmato decine di capolavori della letteratura poliziesca (tra cui la celebre collana 87º Distretto, dalla quale è stata ricavata la popolare serie televisiva) e la sceneggiatura del film di Alfred Hitchcock Gli uccelli.

L’emigrazione a Ruvo del Monte ha anche assunto il colore della tragedia: ci riferiamo al naufragio dell’Andrea Doria, avvenuto nella notte tra il 25 e 26 luglio 1956 presso l’isola-faro di Nantucket, a poche ore dall’arrivo a New York. Dei 46 periti nella tragedia ben 5 erano di Ruvo del Monte: l’intera famiglia Russo (Michele Russo, la moglie Maria Ciampa e le figlie Giovanna e Vincenza, di 12 ed 8 anni rispettivamente), che emigrava definitivamente in America, e Michelina Gabbamonte in Suozzi, che andava a visitare i parenti emigrati.

Ruvo del Monte è stato segnato in maniera rilevante dal disastroso terremoto del 23 novembre 1980, che ha reso inabitabile il 93% del patrimonio abitativo privato, pubblico e di culto: è, infatti, tra i 9 Comuni dichiarati disastrati in seguito all’evento. Ad oggi la ricostruzione è a buon punto, anche se restano ancora alcuni segni del terribile sisma soprattutto nel patrimonio monumentale e storico.

Oggi giorno le poche prospettive di lavoro stabile sono costituite dagli stabilimenti di Vitalba e di san Nicola di Melfi, che quantomeno hanno frenato il fenomeno emigratorio consentendo a tanti giovani di rimanere, di costituire nuovi nuclei familiari e di contribuire alla ripresa del numero di residenti, consentendo anche il sorgere di attività commerciali e di servizi di supporto. Di particolare rilievo la produzione di vino locale secondo i metodi tradizionali: la Verdeca e lo “Stringitùr”.

(Fonte Wikipedia)

 

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